Quanto ti ho amato e quanto ti ameró…

Quando il signor Forneau di Roma fischia la fine di Foggia-Verona sembra che il pubblico dello Zaccheria non se ne voglia accorgere tanto è stata intensa questa partita. Una di quelle partite che si vorrebbe non finissero mai, che riconciliano con lo sport e con il calcio, ma che ieri a Foggia ha riconciliato una squadra con la sua gente, rinsaldando un amore ormai secolare per quell’undici dal quale abbiamo ricevuto negli anni forse meno di quanto abbiamo dato. L’amore si sa è il luogo dei contrasti, delle tinte forti, degli estremi, dove gioie e dolori, passioni e delusioni si confondono alimentando comunque una fiamma che altrimenti si estinguerebbe. E la rabbia a Foggia dopo la debacle di Perugia, la resa senza condizioni al Renato Curi, è montata forte come nei momenti peggiori. In tanti si sono sentiti traditi dopo aver sognato traguardi luminosi, ritrovandosi invece tra gli incubi più neri. E un amante tradito talvolta non perdona e sa ferire, sa fare male come nessuno. In settimana abbiamo letto e ascoltato di tutto. Qualche ragazzino è addirittura passato dalle parole ai fatti incolpando la squadra di scarso attaccamento ai colori. E così quando i nostri calciatori sono scesi in campo lo Zaccheria li ha accolti con circospezione, quasi con sospetto. Un sospetto che peró sapeva di attesa, visto che tutti, ma proprio tutti, ieri avevano voglia di perdonare perchè da quelle maglie rossonere si aspettavano un riscatto che puntualmente c’è stato. Grande, commovente, quasi spregiudicato, contro un avversario così forte e temibile, cinico. In pochi minuti allora dal silenzio si è passati all’incitamento, prima timido, poi più convinto. “Solo per la maglia” cantavano dalla Nord, “solo per la maglia”. Ma undici gladiatori in campo hanno preso per mano il loro pubblico e lo hanno trascinato in una battaglia che poche volte ho visto allo Zaccheria. Contro tutto e contro tutti. Contro l’arbitro, contro la malasorte, contro lo stesso destino che pareva aver riservato al Foggia un’altra irrimediabile sconfitta. E allora la gente ha fatto la sua parte ed abbiamo palpitato e respirato all’unisono insieme a quei ragazzi a strisce rossonere. Già, dei ragazzi, perchè gli uomini fatti in campo, per motivi anagrafici, non scendono. Ma sono proprio i ragazzi, mi perdonerete l’ardire del paragone, che fanno la storia, sono solo loro che sanno tirare fuori il coraggio dalla paura, a Custoza come a Magenta, sul Carso come a Caporetto, a Schio come a Cefalonia. Nel tripudio della vittoria e nell’umiazione della sconfitta ad andare ad affrontare il nemico, volenti o nolenti, giusto o sbagliato che sia, sono sempre loro. Non so dove abbiano trovato il coraggio i ragazzi in rossonero di Padalino in questo mezzogiono al crepuscolo dell’anno, ma l’hanno trovato e hanno saputo distogliere il destino dai suoi disegni riaccendendo la compassione e l’amore di diecimila anime estasiate, come me, incredule ad osservare e ad applaudire con l’orgoglio ritrovato e gli occhi lucidi di commozione. L’amore per la squadra del cuore, a parte gli affetti familiari, è unico, è un amore sincero, immenso, immarcescibile, regala emozioni che solo chi ha la fortuna di provarlo puó capire. E allora per una volta il risultato non conta più. Non contano i punti, la classifica, la distanza che ci separa dalla salvezza. Per una volta allora contano solo le emozioni, quelle vere, che questi ragazzi ci hanno saputo regalare, tutti, indistintamene, abbiano fatto bene o abbiano fatto male, perchè nell’amore le parole non contano, conta la musica.

Francesco Bacchieri