In un cuore rossonero non c’è posto per un altro amore

Ieri è stato San Valentino, festa degli innamorati, ricorrenza risalente all’Inghilterra del XV secolo ma mutuata nell’accezione moderna dalla cultura nord americana dell’ottocento che la ricorda per le “valentine”, bigliettini d’amore spediti in quantità pressoché industriali alla persona amata, oltre che per un fatto di cronaca nera legato alla strage della banda di George “Bugs” Moran al 2122 di North Clark Street – Chicago (IL) da parte degli uomini di Al Capone nel 1929 (luogo oggi divenuto addirittura attrazione turistica per chiunque visiti la città sulle acque gelate del Michigan). Nell’occasione i social hanno visto moltissimi tifosi del Foggia dedicare un pensiero o una “valentine” alla propria squadra del cuore, una foto, un disegno, una battuta, persino una poesia (io non ho fatto certo eccezione). Ricorrente allora si è ripetuta la domanda delle domande, spesso oggetto di accese discussioni tra tifosi ortodossi (starei per dire talebani) ed altri meno intergralisti. Si puó tifare per il Foggia ed allo stesso tempo per la Juve, per il Milan o per altre note squadre metropolitane pluriscudettate?

Per rispondere faccio un viaggio nel tempo di almeno quarant’anni, quando lo Zaccheria era in tubi innocenti e tavoloni in legno e mentre seguivi col cuore in gola una discesa di Valente che lanciava in area Silvano Villa ecco qualcuno che ti strattonava la spalla chiedendoti quasi irriguardoso: <Giovane, che fa l’Intèr?> (rigorosamente con l’accento sulla “e”), proprio mentre Villa calciava magari alto sulla traversa a porta vuota il gol del vantaggio e di quello che facevano i meneghini te ne importava tanto quanto un monologo di Carmelo Bene al Piccolo di Milano.

Tutti all’epoca portavamo una radiolina allo stadio per ascoltare il mitico “Tutto Il Calcio Minuto Per Minuto”, trasmissione radiofonica cult concepita da Zavoli e Bartoluzzi nel 1960, unico modo per poter seguire la tua squadra del cuore dalla A alla C in un mondo dove Pay Tv e Diretta Streaming non erano concepiti nemmeno in una sceneggiatura di fantascienza di Fred Hoyle. A rendere popolarissima quella trasmissione radiofonica due radiocronisti eccezionali per carattere, preparazione e timbro vocale. Erano Enrico Ameri e Sandro Ciotti, che si palleggiavano la cronaca dalle partite principali intervallati sporadicamente dai colleghi negli stadi minori di A e B. Niente a paragone coi Caressa ed i Marianella d’oggi, abili solo ad infondere emozioni in partite teleriprese da qualsiasi angolazione e velocità. Enrico Ameri e Sandro Ciotti, con il solo racconto e la loro straordinaria abilità, descrivevano in tempo reale e con poche e frenetiche parole dettagli di gioco, falli e gol che ti pareva di vederli per davvero. Due giganti inarrivabili del giornalismo sportivo, autori spesso di gag irresistibili. Una sicuramente la più famosa.

<Scusa Ameri, sono Ciotti> era la frase più frequante durante tutta la diretta, interrompeva la cronaca del collega allorquando il radiocronista milanese soleva ragguagliare gli ascoltatori di un cambio di risultato nel suo campo. Ebbene, capitò che in un’occasione concitata, dovendo chiedere la parola al collega, Ameri urlò <Scusa Ciotti, sono Ciotti.> tra l’ilarità di milioni di radioascoltatori esterefatti. L’altro non si scompose nemmeno un pò, e candidamente (e vagamente divertito) con quella inconfondibile voce rauca che pareva uscire dalle grotte di Frasassi ribattè: <Veramente… Ciotti sono io!> Altri tempi.

Così la radiolina alla partita la portavamo tutti, ma solo per sentire di risultati che interessassero il cammino della squadra in campionato che, tra gli anni ’60 e gli anni ’90, era sempre in lotta tra A e B (qualche volta in C) sempre per obiettivi da “dentro o fuori”. La richiesta allora del risultato di un’altra formazione, lontana anni luce per forza e tradizione dalla nostra, a noi giovani tifosi (ma non solo) ci sembrava frutto di un vecchio provincialismo, una sottomissione sportiva, un ammettere che loro erano i padroni del calcio occupandone il proscenio e lasciando a noi poco spazio tra i pannelli delle quinte. Utili allo spettacolo sì, ma nemmeno degni di esserne considerati comparse (quelle erano la Fiorentina, il Bologna, il Torino, la Lazio, il Napoli e la Roma). Noi ragazzi, con l’orgoglio e gli ideali dell’età, non ci stavamo a fare la parte del Davide contro Golia (come qualcuno ha scritto parlando della nostra recente vittoria a Palermo), non ci sentivamo secondi a nessuno. Qualche anno prima avevamo battuto l’Inter di Herrera ed avevamo conquistato un paio di meritate salvezze in serie A e una finale di Coppa Italia. Anch’io tifavo Inter a sei anni, ma dopo aver visto la mia prima partita del Foggia allo Zaccheria, una sconfitta pesante (0-3) contro il Napoli di Altafini, strappai tutte le figurine di Mazzola, Corso, Burnich e Boninsegna e, come tanti a quell’età, mi tinsi per sempre il cuore e l’anima di rossonero. Allora alla domanda <Che ha fatto l’Intèr?> si rispondeva con fischi, urla e spintoni. <Vai a Milano a vederti Mazzola, se tanto ti piace, qui a Foggia giocano Colla e Pirazzini!>

Certo che i circa vent’anni a navigare nei bassifondi del calcio nazionale hanno spinto tanti (troppi) a dedicarsi all’hobby preferito dagli italiani guardandolo dalla porta principale, perché un Foggia in serie D o in serie C2 non gli emozionava più o non gli emozionava abbastanza. Ed ecco il proliferarsi di questi tifosi “ermafroditi” che hanno cominciato come e più di allora a trepidare per una qualsiasi squadra di nome, purchè tutta nastrini e pailettes e con le bacheche piene di medaglie e trofei. Il Foggia? Un ricordo, un sentimento, un’affetto a cui dedicare qualche frettolosa visione al televideo, le due righe sulla Gazzetta il giorno dopo, una rubrica sulle tv locali. Così quel 9 settembre del 2012, sconfitti in casa dal Francavilla, ci siamo contati sulle dita di una mano, mentre tutti gli altri erano affacciati dal grande terrazzo di Sky a godersi il panorama del grande calcio dei soliti padroni.

Ma questo è vero amore? Vedete, adesso che il Foggia “it’s came back” e gente come Pelusi, Lo Campo, Verile, Sannella, De Zerbi e finanche Stroppa hanno finalmente riportato pubblico ed entusiasmo allo Zaccheria, la passione è tornata forte e diffusa tra tanti, tra tutti, a Foggia come in provincia e tra tutto il popolo rossonero che soffre ed incita i satanelli lontani o lontanissimi da casa. Questa è gente che vive per il Foggia, che non ha altra fede, altra passione, altri aneliti. E allora, amici che pur tifando per il Foggia orgogliosamente professate innominabili (per me, come per tanti altri) fedi calcistiche nordiste o sudiste nazionalpopolari, sappiate che in un cuore rossonero non c’è posto per un altro amore. Sia chiaro però che non vi giudico (anche se non vi capisco) e non vi condanno, è una scelta che appartiene al vostro libero ed insindacabile arbitrio. Tuttavia concedetemi di dedicare a tutti voi un famosissimo versetto liberamente tratto dal Vangelo secondo Matteo (6,19-24) che nel passare dal sacro al profano tanto aiuta a spiegare mirabilmente la mia (e non solo) umile posizione a riguardo:

“Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. No, non si possono servire due padroni, o si stà con Dio o si stà con Mammona!”

Francesco Bacchieri